Dopo aver cambiato i piani all’ultimo minuto rinunciando al Dodecaneso, abbiamo deciso di partire alla volta di Evia, un’isola situata nella Grecia centrale e fortunatamente ancora poco conosciuta e poco battuta dal turismo di massa. La scelta si è rivelata una sorpresa: lontano dalle rotte affollate, Evia ti accoglie con paesaggi autentici, montagne che scendono dolcemente verso il mare e villaggi che sembrano sospesi nel tempo.
Evia, la seconda isola più grande della Grecia – subito dopo Creta – resta sorprendentemente ancora fuori dai radar del turismo di massa. Collegata alla terraferma da un semplice ponte, è una destinazione ideale per chi vuole scoprire la Grecia vera ed autentica, fatta di spiagge selvagge, villaggi di montagna, terme naturali, cascate e strade panoramiche che si perdono nell’infinito blu dell’Egeo.
Questo itinerario a Evia è pensato per viaggiatori indipendenti, proprio come noi, amanti della natura e della “lentezza”, che desiderano esplorare l’isola di Evia in più giorni senza fretta: dal nord “termale” di Edipsos alle scogliere del sud, passando per Eretria, Kymi e le gole dell’entroterra.
In questo articolo troverai un percorso dettagliato giorno per giorno, consigli pratici, tappe imperdibili, cambi di programmi improvvisi, imprevisti e suggerimenti utili per organizzare al meglio il tuo viaggio sull’isola di Evia.
Evia – Che il viaggio abbia inizio!
Anche questa volta, proprio come ormai facciamo da 3 anni a questa parte, siamo partiti da Trieste per un viaggio wild, a bordo della nostra Alfa, che, equipaggiata di tutto, con anche tenda e sacchi a pelo, si è mossa verso una nuova destinazione, pronta a scoprire luoghi incontaminati e vivere esperienze uniche. La tenda, che ci ha già visto protagonisti di notti sotto le stelle, è stata la nostra casa mobile, mentre i sacchi a pelo hanno garantito il massimo comfort durante le nostre soste all’aria aperta.
Questo viaggio ci ha regalato nuove avventure e scenari mozzafiato, proprio come quello dell’anno precedente.
NOTA BENE
Il campeggio libero in Grecia NON E’ ufficialmente legale, TUTTAVIA, è generalmente tollerato dalle autorità e dalla gente del posto “se ti trovi al di fuori delle principali aree turistiche”. Fatta questa premessa, non ci assumiamo, però, alcuna responsabilità se dovessi metterti nei guai.
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Itinerario di viaggio ad Evia – Che l’avventura abbia inizio
Giorno 1
Il viaggio ad Evia è iniziato a bordo di un traghetto che, solcando le acque azzurre del Golfo di Eubea, ci ha portato da Glyfa ad Agiokampos e, mentre il traghetto si allontanava dalla costa, il panorama si apriva in tutta la sua magnificenza, con le montagne dell’isola che si avvicinavano lentamente all’orizzonte.
Il mare, calmo e cristallino, rifletteva il cielo terso, e il vento salmastro ci accarezzava il viso.

L’arrivo ad Agiokampos segnava l’inizio di un’avventura su quest’isola, ricca di contrasti tra la sua natura selvaggia segnata, ahimè, dai segni della recente devastazione; un viaggio che prometteva emozioni e riflessioni profonde.
Come prima cosa, colti dalla curiosità che per mesi mi ha assalito, ci siamo diretti ad Edipsos, un villaggio sul mare, rinomato per le sue sorgenti termali curative, famose sin dall’antichità.
Le acque calde e ricche di minerali sgorgano naturalmente dal sottosuolo e si riversano nel mare, creando un’atmosfera di relax e benessere…ammetto che provarle con 40 gradi fuori dall’acqua non è stato il massimo, poiché la temperatura dell’acqua oscilla tra i 28 e gli 82 gradi, follia! Ho provato ad immergere un piede ma in meno di un secondo era già fuori perché era davvero impossibile tenerlo dentro. Pensate che le terme erano super affollate di persone immerse nelle pozze come se nulla fosse a tutte le ore del giorno.

Dopo Edipsos era giunta l’ora di fare un tuffo al mare, nella speranza di trovare acque più fresche ma, ahimè, così non è stato. Per tutti coloro che son amanti dell’acqua del mare calda allora sappiate che Evia fa al caso vostro, al mio purtroppo no.
Nel raggiungere la spiaggia di Rododafni, tra gli ulivi, abbiamo notato un’apertura semi nascosta che portava verso il mare e, colti dalla curiosità, ci siamo subito fiondati alla scoperta dell’ignoto.
Una carinissima baia si è aperta dinanzi a noi, l’acqua del mare aveva i colori tendenti al verde splendente e questo perché il fondale era ricchissimo di una vegetazione favolosa.
Giunti sull’isola nel primo pomeriggio, il tramonto è giunto subito e, dopo un gustoso gyros pita consumato (che come da tradizione è sempre la prima cosa che facciamo appena toccato suolo greco) sulla spiaggia di Rododafni, abbiamo fatto un ultimo bagno.
L’acqua, ancora tiepida dopo una giornata di sole, abbracciava il corpo con una sensazione di calma e tranquillità ed il cielo, ormai tinto di blu profondo, rifletteva le ultime luci del giorno, mentre le stelle cominciavano a farsi strada.
Giorno 2 – Dal mare alla montagna in un batter baleno
Quando sono in Grecia amo svegliarmi alle prime luci dell’alba, soprattutto quando sono in riva al mare: il silenzio della notte si dissolve lentamente mentre il cielo inizia a tingersi di delicate sfumature di rosa ed arancione.
L’aria è fresca e pura, il profumo del mare riempie i polmoni e mentre tutto il mondo attorno è ancora addormentato, noi ci prepariamo per vivere un nuovo giorno.
Abbiamo lasciato Rododafni e ci siamo diretti verso il villaggio di Oreoi per fare una dolcissima colazione in un forno e scorte di leccornie per il pranzo. Immerso in un ambiente tranquillo e pittoresco, Oreoi offre un’accogliente piccolo forno proprio nei pressi del porticciolo e mentre noi consumavamo una bougatsa alla crema ed una al cioccolato sorseggiando, di tanto in tanto, il nostro freddo espresso, il sole iniziava a scaldare l’aria. Il ritmo rilassato del villaggio e la cordialità dei suoi abitanti creavano un’atmosfera perfetta tanto da godere, così, di una colazione tranquilla e perfetta. Prossima destinazione: cascate di Drymonas!
Per raggiungere le cascate si segue un percorso panoramico, lungo circa mezz’ora, spesso tortuoso ed in salita, con curve che rivelano di volta in volta scenari quasi “apocalittici” dato dagli effetti devastanti degli incendi degli ultimi anni. Ogni svolta rivela nuove cicatrici della terra, un promemoria doloroso della forza distruttiva del fuoco, il più delle volta per colpa dell’uomo.
Giunti nei pressi delle cascate abbiamo seguito un facile percorso segnalato, circondato da folta vegetazione e segni di vecchi incendi.

Acque fredde e cristalline cadono rumorosamente da un’altezza di circa 15 metri, per me era troppo presto per fare un bagno ma ci ha pensato Mike a nuotare come una paperella.
Sulla via del ritorno verso la costa ci siamo fermati in un punto per fare delle riprese col drone ed è proprio in quell’istante che è arrivato pappou, con il suo gregge, ed ha iniziato un lungo discorso con noi, in greco, raccontandoci dei sui figli, dei suoi nipoti e chiedendoci “quanti anni ho secondo voi?” Ebbene sì, aveva la bellezza di 80 anni portati benissimo e lui ne era particolarmente fiero. Augurandogli una buona giornata siamo risaliti in macchina puntando una nuova spiaggia: Koutsoupri.
La spiaggia è situata sul lato nord-orientale dell’isola, affacciata sulla costa meridionale del Pelion. Intorno alla spiaggia c’è una collina verde e più in basso, sugli scogli, una piccola chiesa costruita proprio dove si infrange l’onda; noi, però, ci siamo diretti verso il lato opposto, desolato ed acciottolato.

Qui, in una tarda mattinata di fine luglio, io e Mike eravamo i “padroni” di questa fantastica spiaggia dalle acque cristalline.
Nel primo pomeriggio siamo ritornati tra i monti e ci siamo dedicati alla visita del villaggio di Milies, tra case in pietra, silenzi interrotti solo dal fruscio del vento, kafenaia e taverne all’ombra di enormi platani…e proprio in un piccino e caratteristico kafeneio che abbiamo deciso di sederci e pasteggiare con dei deliziosi mezedes ed un bicchierino di tsipouro.
L’itinerario nel nord di Evia continua ripercorrendo in senso contrario la strada panoramica che riporta giù verso il mare con prossima tappa Kavos, un punto che regala viste suggestive con la costa che si srotola in lontananza ed il colore del mare che cambia colore a seconda della luce del pomeriggio. Proseguendo ancora, la strada conduce verso il faro di Vasilina, isolato, battuto dal vento e affacciato su un tratto di costa selvaggia. Qui, lontani da tutto, si ha la sensazione di essere davvero entrati nel ritmo dell’isola di Evia.
Giorno 3 – Kavos e le “Sayschelles” della Grecia
Era una mattina luminosa e calma quando ci siamo svegliati sulla spiaggia di Kavos con l’eccitazione di chi sa di avere davanti a sé un’avventura speciale. Quel giorno, il nostro viaggio ci avrebbe portati a Lichadonisia, un piccolo arcipelago di isole vulcaniche situato al largo della costa nord-occidentale di Eubea, un luogo che prometteva meraviglie naturali ed un’esperienza fuori dal comune (c’è chi dice che son belle solo dall’alto ma per fortuna la bellezza è sempre soggettiva).
Prima di prendere la barchetta, ci siamo recati verso il villaggio di Agios Georgios e devo dire che è stato amore a prima vista. Agios Georgios è un gioiello nascosto, un luogo dove la bellezza della natura si fonde con la semplicità della vita quotidiana; è stata una scoperta che ha aggiunto un tocco di magia al nostro viaggio, facendoci sentire parte di qualcosa di autentico e profondamente radicato nella cultura e nella tradizione isolana.
Dopo la nostra solita routine (forno e colazione) siamo ritornati verso Kavos dove una piccola barca ci aspettava per attraversare le acque azzurre che separano Evia, o Eubea, da queste isole nascoste.
L’aria del mattino era ancora fresca, e il mare calmo si stendeva come una distesa di vetro sotto di noi, riflettendo il cielo limpido e i primi raggi del sole. Mentre la barca si allontanava dalla riva, le isole di Lichadonisia cominciavano a delinearsi all’orizzonte, un gruppo di punti verdi incastonati nel mare blu.
Manoliá, l’isola più grande, era la nostra destinazione finale ma, prima di raggiungerla, il taxi boat ci ha portato a fare un piccolo giro turistico alla scoperta delle foche monache (4 famiglie che dall’isola di Alonissos son emigrate proprio a largo dell’arcipelago). Proprio quando le speranze di avvistare una foca monaca stavano svanendo, la magia del mare ci ha sorpresi: ecco che poco lontano da noi una testa curiosa è emersa tra le onde.
Per un attimo, tutto si è fermato: il silenzio era rotto solo dal suono del mare e dal nostro stupore. Quella breve apparizione è stata un regalo inaspettato, un incontro che ci ha riempiti di meraviglia e gratitudine per la natura selvaggia e incontaminata di Evia. Dopo aver salutato la foca ecco che il capitano della barca ci ha spiegato che proprio sotto di noi, nelle profondità del golfo di Eubea, si trova il relitto di una nave da guerra tedesca risalente alla seconda guerra mondiale. Si fa ritorno sulla nostra rotta ed ecco che in pochi secondi siamo arrivati a Manoliá.
La fortuna di aver preso la barca al mattino presto ci ha permesso di godere della pace e delle meraviglie del posto e, dopo un bel tuffo nelle acque calme e cristalline di Manolià, ci siamo apprestati ad effettuare una breve escursione verso quello che era un vecchio insediamento dell’isola.
Ebbene si, un tempo l’isolotto ospitava una comunità di pescatori e pastori che sfruttavano la posizione isolata per vivere in armonia con il mare; camminando tra i resti dell’insediamento, si possono ancora vedere i ruderi di antiche case in pietra, ora avvolte dalla vegetazione che lentamente si sta riprendendo il territorio.
Accanto a questo insediamento si trova la chiesetta di Agios Georgios, ubicata su di una minuscola collina raggiungibile tramite scalinata…il silenzio attorno era assordante, la pace veniva ogni tanto spezzata dal passaggio delle barchette ma poco dopo tutto tornava subito alla tranquillità.
Seduti su due sedie in plastica ci siamo fatti trasportare per un’istante dal magico momento!
Dopo un’oretta ecco che siamo di ritorno in spiaggia ma ahimè iniziamo subito a notare che il numero di persone cominciava a triplicarsi ogni mezz’ora e cosí, dopo due ore trascorse sull’isola, decidiamo di ritornare a Kavos ed andare alla ricerca di una spiaggetta più desolata.

A bordo della nostra alfa ecco che dopo 25 minuti l’occhio vigile ed attento intravede verso il basso un colore del mare inaspettato tanto da decidere all’istante di seguire la scia di colori che ci ha portato nei pressi un minuscolo porticciolo dalla sabbia scura ma dai colori del mare sorprendenti.
Questa spiaggia, nascosta da verdeggianti colline, si distingue per la sua bellezza naturale e il suo ambiente sereno, ideale per chi cerca un angolo di pace lontano dalle mete turistiche più affollate. Milos Gialtra, è così che si chiama, è caratterizzata da ciottoli levigati e sabbia scura che si estendono fino al mare cristallino, dalle sfumature turchesi e blu intenso.
Le acque sono calme e limpide ma che diventano subito profondissime, perfette per nuotare o semplicemente rilassarsi sulla riva, ascoltando il dolce frangersi delle onde all’ombra di un grande ulivo.
Nel tardo pomeriggio abbiamo poi deciso di raggiungere Limni per la notte.
Giorno 3 – Limni
Il viaggio on the road ad Evia, iniziato dall’estremo nord dell’isola, ci ha permesso di esplorare paesaggi selvaggi e coste incontaminate, caratterizzati da spiagge remote, foreste e montagne che si affacciano su acque cristalline.
Attraversando piccoli villaggi pittoreschi e strade panoramiche, si è scoperta la bellezza nascosta di quest’isola autentica, lontana dal turismo di massa. Per raggiungere Limni siamo stati costretti, causa strada costiera chiusa, a percorre quella nel suo entroterra; attraversando le zone di montagna ti rendi subito conto di come l’isola porta, inevitabilmente, a confrontarsi con i segni lasciati dai devastanti incendi che l’hanno colpita in passato.
Le foreste, un tempo rigogliose, sono ora punteggiate da alberi bruciati e terreni ancora in fase di rigenerazione, un paesaggio che testimonia la forza della natura, ma anche la sua fragilità. Nonostante i danni, la tenacia del territorio e dei suoi abitanti è evidente: il verde inizia pian piano a ritornare.
Dopo un’ora e mezza di strada, ecco che siamo giunti a Limni.
Limni è una destinazione affascinante! È un piccolo villaggio costiero, posto ad anfiteatro lungo le coste del golfo di Eubea, con un’atmosfera tranquilla, perfetto per rilassarsi e godersi la vista del mare. Le strette strade di pietra e le case tradizionali creano un’atmosfera autentica; qui non mancano taverne locali dove poter assaggiare piatti tipici, e noi non ci siamo fatti sfuggire di certo un’occasione simile.
Giorno 4 – Rotolando verso Sud
Al mattino seguente, con i primi raggi di sole che iniziavano a illuminare il paesaggio, era giunto il momento di salutare il nord di Evia; l’aria fresca portava con sé l’odore del mare e della vegetazione bruciata, un misto di rinascita e memoria.
Con lo sguardo rivolto a sud, il viaggio riprendeva lentamente, attraversando strade tortuose che svelavano nuovi scorci di questa terra resiliente. Le colline e le valli, ancora segnate dagli incendi, lasciavano gradualmente spazio a distese di ulivi e paesini affacciati sul mare, pronti a raccontare nuove storie lungo il cammino.
Dopo cinque lunghe ore di viaggio, con il sole ormai alto e la stanchezza che si faceva sentire, abbiamo deciso di fermarci in un tranquillo villaggio sul mare, situato poco dopo Chalkida, Lefkandí, una tranquilla località balneare con spiagge belline ed un’atmosfera rilassata, lontana dal caos turistico delle destinazioni più note.
Dalla spiaggia dell’omonimo villaggio si può ammirare un tramonto infuocato superlativo, credo il più bello che abbia visto sull’isola. Quando scende la sera sulla spiaggia di Lefkandí, l’oscurità avvolge lentamente il paesaggio, rendendo la distesa di sabbia quasi deserta e silenziosa. Le onde si infrangono leggere sulla riva, e la luce naturale si dissolve lasciando spazio a un’atmosfera surreale; in lontananza, attraverso il mare scuro, le luci delle città del continente iniziano a brillare, come piccoli punti luminosi che tagliano la notte.

L’intera costa di fronte sembra disegnata da una collana di luci che ondeggiano sull’orizzonte, creando un contrasto suggestivo con la calma e la solitudine della spiaggia.
Giorno 4 – L’inizio di sfide inaspettate
Il risveglio sulla spiaggia di Lefkandí è stato magico, il cielo sfumava dal rosa al blu mentre il sole cominciava ad alzarsi sopra l’orizzonte; il suono delle onde che accarezzavano la riva, quasi come un invito a prendere tutto con calma…sigá sigá.
L’aria fresca del mattino, ancora intrisa di salsedine, rendeva il risveglio dolce e sereno, accompagnato dal canto lontano dei gabbiani. Mentre ci accingevamo a riporre le nostre cose in auto, i nostri vicini di tenda, notando l’ora e considerando che il bar non era ancora aperto, hanno deciso di condividere con noi un frappé appena fatto.
Il suono del ghiaccio che si mescola nel bicchiere, il sapore fresco del caffè freddo, e quel piccolo gesto di attenzione nei nostri confronti, rendono l’attimo ancora più speciale: la gentilezza disarmante dei greci, che dopo tanti anni mi sorprende ancora! Dopo esserci goduti la tranquillità del mattino con un buon frappè, la scelta di fare colazione, al primo forno aperto, era perfetta… un koulouri croccante, una bougatsa alla crema appena sfornata e una tiropita, riempita di formaggio cremoso, erano il giusto carburante prima di rimettersi in viaggio.
Poi, il viaggio verso Marmari riprende. Le strade che attraversano l’isola di Evia regalano panorami di colline verdeggianti, coste frastagliate e piccole insenature nascoste, ogni curva sembra svelare una nuova meraviglia naturale, rendendo il percorso parte integrante dell’avventura.
Quando ormai eravamo a pochi chilometri da Marmari, il vento ha cominciato a farsi sentire in modo sempre più deciso, le raffiche sferzavano la strada, costringendoci a rallentare bruscamente. Ogni colpo d’aria sembrava voler spostare l’auto, come se fosse un giocattolo nelle mani di una forza invisibile.
C’era qualcosa di inquietante in quella violenza improvvisa, un presagio indefinito, come se il vento stesso volesse avvertire di un cambiamento imminente, e purtroppo non mi sbagliavo! Quello che inizialmente sembrava solo un vento forte, si è rivelato l’inizio di cinque lunghissimi giorni in cui le raffiche non ci hanno mai dato tregua.
Il nostro viaggio nel sud di Evia, che fino a quel momento prometteva meraviglie, da lì a poco sarebbe stato presto rovinato dal vento, e si sa, quando soffia nel sud di Evia, è quasi impossibile trovare riparo!
Giunti a Marmari, ci siamo resi conto subito che il vento era ancora più forte di quanto immaginassimo. Le raffiche sferzavano il porto, alzando polvere e facendo ondeggiare le barche ormeggiate, come se fossero foglie al vento. Ogni passo contro quel muro d’aria sembrava una battaglia. Cercavamo disperatamente una spiaggia riparata, un angolo dove il vento non arrivasse, nella speranza di poterci finalmente fermare e riposare un po’. Ogni strada laterale, ogni caletta nascosta sembrava promettere riparo, ma alla fine, il vento ci raggiungeva ovunque, instancabile e impietoso.
Lo ammetto! Era la prima volta che ci trovavamo in difficoltà a capire l’andamento del vento.
Nonostante sapessimo che soffiasse da nord a sud, lui sembrava arrivare da ogni direzione, come un’entità caotica e imprevedibile. Le raffiche rimbalzavano tra le colline e le strade, e ogni volta che pensavamo di aver trovato riparo, il vento cambiava improvvisamente direzione, colpendoci da un altro lato. Era qualcosa di clamoroso, quasi surreale. Come poteva un vento avere così tanta forza e sembrare così irregolare? Sembrava giocare con noi, sfidando ogni logica, come se fosse più di un semplice fenomeno atmosferico, qualcosa di vivo, impossibile da contenere o prevedere.
Fortunatamente, dopo una lunga e faticosa ricerca, finalmente si è palesato un angolo di tranquillità: la spiaggia selvaggia e desolata di Agia Irini. Era come un’oasi nel mezzo del caos. La spiaggia si estendeva in tutta la sua bellezza primitiva, ghiaia mista a grossi sassi ed acque cristalline che scintillavano sotto il sole. Il vento, sebbene ancora presente, sembrava attenuarsi leggermente in quell’angolo più protetto.

La solitudine e la bellezza naturale di Agia Irini ci offrivano un prezioso rifugio, permettendoci di rilassarci finalmente, lontani dalla tempesta di vento che ci stava perseguitando. Il paesaggio incontaminato e il silenzio interrotto dal mormorio delle onde e dal soffio del vento erano un balsamo per i nervi tesi, una dolce ricompensa per la nostra perseveranza. Sotto un maestoso albero di ulivo, ampio e ombroso, ci siamo adagiati per un paio d’ore a riposare sereni, godendoci il raro momento di calma. Il sole filtrava attraverso le foglie, creando giochi di luce e ombra che rendevano l’atmosfera ancora più tranquilla.
Dopo questo meritato riposo, ci siamo dedicati ad escogitare un piano per la notte, preparandoci a fronteggiare la sfida che il vento ci stava riservando. Quando si affrontano questi viaggi occorre sempre avere o prevedere un piano B, se non addirittura un piano C, e D, ed E..
Dopo un meritato riposo e qualche tuffo nelle acque cristalline della spiaggia di Agia Irini, siamo tornati in centro a Marmari.
Abbiamo parcheggiato l’auto sotto un albero di fichi invitanti (ammetto di averne colto uno), e ci siamo avventurati in una passeggiata nel piccolo ma affascinante centro del villaggio. Marmari ci ha accolto con il suo charme tranquillo: stradine acciottolate, negozietti caratteristici e tantissime “psarotaverne”.
Con i cellulari ormai con la batteria scarica, abbiamo deciso di sederci presso un caffè ed ordinare alcuni must della Grecia: un freddo espresso, un freddo cappuccino ed una bella fetta di portokalopita. Il caffè era rinfrescante e aromatico, il freddo cappuccino leggero e spumoso, mentre la portokalopita, una torta all’arancia dalla consistenza soffice e dolce, si è rivelata il perfetto accompagnamento per concludere il nostro momento di relax.
Con l’arrivo della sera, il villaggio di Marmari si risveglia improvvisamente. Tantissime persone si riversano nei caffè, chiacchierando mentre sorseggiano un freddo espresso o un calice di vino, le taverne sono quasi tutte piene e la piazzetta si anima di bambini urlanti che giocano e corrono.
L’atmosfera vivace e allegra trasforma il villaggio in un luogo pulsante di vita e socialità.
Era giunto il momento di andare a dormire, ma prima dovevamo trovare un posto tranquillo e riparato da occhi indiscreti: tenete bene a mente che in Grecia, il campeggio libero, sebbene tollerato resta pur sempre illegale! Così, ci sforzavamo sempre di non dare mai nell’occhio, montando la nostra tenda in prossimità della mezzanotte e smontandola poco prima dell’alba.
Alla fine, la decisione quella sera è caduta sulla pineta della spiaggia di Kokkinis. Tuttavia, dopo nemmeno un paio d’ore, il vento si è ripresentato alla porta, tonando ancora più arrabbiato di prima, costringendoci a smontare tutto. Non ci è rimasto altro che rifugiarci in auto, parcheggiata vicino al campetto da calcio, per passare la notte. La tranquillità della pineta era sfumata, ma almeno l’auto ci offriva un riparo sicuro dal vento implacabile.
Giorno 5 – Marmari e la casa museo
La notte in auto non è stata affatto comoda. Lo spazio ristretto e le temperature un pochino alte rendevano difficile riposare. Mentre Myke dormiva beato, come se niente lo potesse disturbare, ogni colpo forte del vento mi svegliava, sentivo i rami degli alberi piegarsi e i fischi del vento che entravano attraverso le fessure della macchina. Ero lì, sperando che il mattino arrivasse presto, immaginando la luce del sole che finalmente avrebbe reso il paesaggio meno minaccioso.
Ma così non è stato. L’alba è si arrivata, ma il vento, invece di placarsi, sembrava ancora più arrabbiato, soffiava con una tale forza che l’acqua del mare, impetuosa, invadeva a tratti la strada.
Dopo la solita sosta al forno, abbiamo deciso di fare un tentativo alla spiaggia di Zastani, sperando che, essendo più riparata, ci avrebbe consentito di godere di un po’ di mare; ahimè, anche lì il vento soffiava e il mare era agitato, lasciandoci con un’altra delusione…nonostante i nostri sforzi era praticamente impossibile andare in spiaggia. Avrei tanto voluto nuotare alla Great Sand Beach, così chiamata su Google Maps, purtroppo, però, è rimasto un sogno irraggiungibile.
Non c’era molto che potessimo fare a Marmari e si sa, quando ci si annoia si finisce spesso per mangiare…poco dopo, infatti, abbiamo ordinato un piatto di mezedes con tsipouro, un altro grande classico ed intramontabile della tradizione culinaria greca: i piccoli antipasti assortiti e lo tsipouro hanno trasformato la nostra noia in un piacevole momento gastronomico.
Finito di pasteggiare siamo tornati a passeggiare tra le banchine del porticciolo, fino a quando all’improvviso sono stata colpita dalla vista di una “casa-museo”, mi sono avvicinata ed ho scoperto con piacere che è possibile visitare gratuitamente una vecchia casa tradizionale, simile a quella che avevo già visto a Marpissa, a Paros, nell’ottobre del 2023; questa scoperta inaspettata ha aggiunto un tocco di cultura alla nostra giornata, offrendoci l’opportunità di esplorare un angolo autentico della vita locale.

Entrare in quelle case, per noi italiani e soprattutto per me meridionale, suscita sempre ricordi del passato. Le vecchie case greche evocano molto la casa delle mie bisnonne: “eh sì, ho avuto la fortuna di avere quattro bisnonni ancora in vita fino a qualche anno fa”.
Il detto “una faccia, una razza” si manifesta anche in questo: la similarità nei dettagli e nell’atmosfera era tangibile, un ponte tra le tradizioni e le memorie di due culture così simili.
Una volta fuori, gli alberi, che durante la notte sembravano resistere, si piegavano sotto la potenza del vento, come se stessero per spezzarsi ed in quel momento abbiamo capito che restare a Marmari non era più un’opzione e, con la consapevolezza di dover cercare rifugio altrove, abbiamo così deciso di partire, dirigendoci verso Kárystos, sperando che lì la furia della natura sarebbe stata meno implacabile.
Giorno 6 – Karystos
La zona di Karystos è caratterizzata da spiagge selvagge che ormai da tempo desideravo di vedere da tempo, così abbiamo iniziato con la prima: Agia Paraskeví. Man mano che seguivamo la strada costiera, però, il mio stato d’animo diventava sempre più cupo. Anche qui, il vento continuava a farsi sentire con la stessa intensità, un promemoria costante che quella giornata non sarebbe stata così diversa dalla precedente.
A Kárystos, la situazione era forse anche peggiore. Non c’era solo il vento che giungeva da nord, ma si scontrava furiosamente con quello proveniente dall’Egeo. Est, ovest, nord, sud…non avevamo scampo!
Sembrava che il vento volesse soffiare da ogni direzione, rendendo ogni angolo esposto alla sua furia. Quasi ovunque il mare era “incavolato nero”, le onde si infrangevano con rabbia sulla costa, rendendo impossibile godersi le spiagge che avevo tanto desiderato vedere.
Presi nuovamente dallo sconforto per il vento incessante e il mare agitato, abbiamo deciso di abbandonare l’idea di passare la giornata in spiaggia e optato per l’esplorazione. Cosa fare e vedere in quella zona di Evia? La nostra prima tappa è stata il Castello Rosso di Kárystos.
Se hai intenzione di visitarlo ti suggerisco caldamente di impostare sul navigatore il parcheggio del castello altrimenti ti ritroverai in una stradina impercorribile, perciò ricorda questo mio consiglio!
Giunti al parcheggio, il vento sembrava aver triplicato la sua forza, a stento riuscivamo ad aprire lo sportello dell’auto, ogni movimento richiedeva uno sforzo immenso. Con il vento che ci spingeva indietro, abbiamo fatto forza sulle gambe e varcato il primo cancello. La salita verso le porte del castello, o meglio ciò che ne rimane, era una lotta costante contro le raffiche, ogni passo era accompagnato dal suono del vento che fischiava tra le pietre, amplificando la sensazione di sfida che il luogo ci presentava. Devo ammettere, però, che nonostante il vento implacabile, la vista da lì era davvero pazzesca. Una volta raggiunte le porte del castello, il panorama si apriva davanti a noi in tutta la sua maestosità. Si poteva vedere l’Egeo in lontananza, con le onde che si infrangevano furiose contro la costa, e tutto intorno le colline e le valli si estendevano fino a perdersi all’orizzonte.

Il contrasto tra la calma del paesaggio e la furia del vento rendeva il momento ancora più suggestivo, come se la natura volesse mostrare sia la sua bellezza che la sua forza in un colpo solo.
Giorno 7 – Il ponte degli Innamorati
I giorni in quel di Evia scorrevano veloci come il vento, quella mattina dopo aver consultato la mappa abbiamo deciso di dirigere la nostra attenzione verso una nuova tappa: il “Ponte degli Innamorati“, situato tra le montagne; speravamo che, allontanandoci dalla costa, il vento ci potesse dare tregua e che, la strada verso il ponte ci regalasse un po’ di tranquillità e bellezza immersa nella natura.
Percorrere la strada verso le montagne è davvero favoloso: i panorami lungo il tragitto erano mozzafiato, con viste spettacolari sull’Egeo in burrasca che sembrava ribollire sotto di noi. Le sue onde furiose creavano un contrasto incredibile con la pace della montagna.
Da lontano si può vedere prima l’isola di Kea, una sagoma lontana ma ben riconoscibile, e poco dopo ecco che fa capolino anche Andros, più vicina e altrettanto imponente all’orizzonte. La natura, nonostante la sua furia, ci offriva uno spettacolo indimenticabile.

Viaggiando nel nulla più totale, circondati solo dalle montagne e dal vento che sembrava volerci accompagnare ovunque andassimo, dopo circa mezz’ora di guida siamo finalmente giunti al villaggio di Platanistos, un piccolo agglomerato di case, silenzioso e appartato, sembrava un’oasi di tranquillità in mezzo a tanta vastità.
Da lì, proseguendo ancora per un paio di chilometri, ci siamo finalmente trovati davanti al Ponte degli Innamorati. un luogo incantato, nascosto tra le montagne, che sembra quasi trasportarci in un’altra epoca, lontano dalla frenesia del mondo.
Questo ponte, spesso avvolto da un’aura di mistero e romanticismo, è noto per la sua posizione panoramica e per le leggende che lo circondano. Costruito con pietre locali, il ponte si erge su un torrente da un lato, ed una cascata nascosta in mezzo a grossi platani dall’altro.
L’acqua scorreva fresca e cristallina, creando un piccolo paradiso naturale in cui il rumore del vento sembrava perdersi tra il suono dello scrosciare dell’acqua. Il luogo era così tranquillo e immerso nella natura che sembrava lontano anni luce dal mondo esterno. Per Myke fare il bagno era quasi un obbligo! Nonostante il fresco dell’acqua di montagna, si è tuffato senza esitazione, come se il richiamo di quella cascata fosse irresistibile, godendosi il momento in un luogo così speciale e remoto.
Dopo esserci riposati, cullati dal suono della cascata, abbiamo deciso di proseguire ancora un po’ verso nord alla ricerca di un kafeneio, anche se la benzina stava ormai per finire, consapevoli che in quelle zone non ci sono pompe di carburante; stavamo cominciando a preoccuparci, ma dopo un paio di chilometri, come per magia, ecco che si materializza davanti ai nostri occhi.
Questo luogo rappresenta tutto ciò che amo della Grecia, un angolo di mondo che sembra fermo nel tempo, con un’insegna in legno quasi completamente sbiadita dal sole e dal vento. All’interno, l’atmosfera era quella di un salotto di casa di yiayiá, con mobili semplici ed accoglienti, vecchie fotografie alle pareti e un profumo di caffè che sembrava avere il potere di scaldare l’anima. Un rifugio perfetto, dove il tempo rallenta e ci si sente subito a casa.
Yiayiá ci ha subito accolti con un sorriso gentile e, con la stessa cura di chi prepara qualcosa per i propri nipoti, ci ha servito un frappé, accompagnato da del formaggio locale che era semplicemente delizioso, delle fette di pane fragrante e delle olive, perfette nel loro sapore autentico. Che dire? Era uno di quei momenti in cui la semplicità della Grecia ti entra nel cuore, e tutto ciò che desideri è restare lì a goderti quell’attimo eterno.

Dopo aver apprezzato il frappé e il formaggio al kafeneio, con una serenità ritrovata, abbiamo deciso di rimetterci in viaggio verso Kárystos. Tutto sembrava andare per il meglio fino a quando, a pochi chilometri dal villaggio, il navigatore ci ha indicato una strada alternativa; sembrava più rapida, e senza pensarci troppo, abbiamo seguito le indicazioni. Ma ahimè ci siamo presto resi conto che stavamo scendendo su una strada con un dislivello finale decisamente impegnativo per la nostra Alfa, che, bassa com’è, non sembrava affatto a suo agio. Ma ormai eravamo dentro…
Il rombo del motore, di solito rassicurante, ha iniziato a suonare strano, quasi ansimante – una vibrazione sotto i piedi, un segnale inquietante. L’auto non sembrava più rispondere come al solito, ed il nostro cuore ha iniziato a battere più forte. Dopo tutte le difficoltà col vento e il mare, ci mancava solo questo imprevisto!
Magari era solo la nostra immaginazione a giocare brutti scherzi, forse l’auto stava bene e il rumore era solo dovuto alla strada dissestata.
Decidevamo di mettere da parte l’ansia e di fermarci in una baia un po’ riparata, a spiaggia Galida, sperando che un tuffo nel mare ci potesse schiarire le idee. La spiaggia, nascosta e tranquilla, sembrava il rifugio perfetto per dimenticare i pensieri, almeno per un po’. Ci siamo tolti i vestiti in fretta, e senza esitare, ci siam tuffati nelle acque limpide. Il mare, calmo rispetto al resto della costa battuta dal vento, ci avvolgeva in un abbraccio fresco.
Ma mentre le onde ci accarezzavano, non potevamo fare a meno di pensare a quel rumore singhiozzante della macchina. Ogni tanto i nostri sguardi si incrociavano, entrambi consapevoli che, sebbene il momento fosse perfetto, quell’inquietudine continuava a pesare. Dopo il tuffo, con quel pensiero fisso in testa, abbiamo deciso che era giunto il momento di cercare un meccanico…ed ecco che lo abbiamo trovato a pochi metri dalla spiaggia.
Sembrava troppo facile, ma c’era un altro problema: come spiegare cosa non andava con l’Alfa? Parliamo un po’ di greco e inglese, ma quando si tratta di termini meccanici o tecnici, ci sentiamo persi. Ed è qui che Myke si ingegna come può: un misto di gesti teatrali e imitazioni del rumore che avevamo sentito. Ogni tanto si fermava per fare una pausa drammatica, e io, accanto a lui, non sapevo se ridere o disperarmi.
Il meccanico lo osservava con aria perplessa, finché, alla fine della “sceneggiata”, ci diceva che non poteva aiutarci, era troppo occupato, ma, con la stessa tranquillità con cui aveva ascoltato, ci indirizzava verso un amico che lavorava poco più avanti.
Arrivati dal nuovo meccanico, Myke, senza esitazione questa volta, è ripartito con la sua “recita”. Stava diventando una piccola rappresentazione comica, quando all’improvviso mi è venuta in mente la soluzione: chiamare Athena, la mia daskala, la nostra salvatrice! Le ho spiegato la situazione, e lei ha tradotto il problema al meccanico al telefono, riuscendo finalmente a farci capire.
Dopo aver chiuso la chiamata, il meccanico ci ha detto che avremmo dovuto aspettare suo figlio, perché sarebbe stato lui ad occuparsi dell’auto; un’ora sotto il caldo cocente di Kárystos sembrava interminabile, ma alla fine il figlio è arrivato.
Controllata l’auto, e sempre grazie ad Athena, abbiamo scoperto la diagnosi: una candela bruciata. Il problema? La candela non era disponibile, doveva essere ordinata, e il prezzo? 150 euro. Non sapevamo se ridere per aver ,trovato il problema o piangere per la spesa. ma non c’era molto che potessimo fare. Rassegnati, abbiamo dato il via libera per l’ordine della candela, ma subito è arrivata l’altra mazzata: l’auto non sarebbe stata pronta prima di due giorni. Il panico ha iniziato a farsi sentire. Dove avremmo dormito? Come ci saremmo mossi senza mezzo?
Con la mente che correva a mille, abbiamo iniziato a cercare soluzioni, e fortunatamente abbiamo scoperto un campeggio poco fuori dal villaggio.
Non ci abbiamo pensato due volte, abbiamo chiamato un taxi, caricato solo lo stretto necessario — tenda, sacchi a pelo e qualche provvista — e sconsolati ci siamo diretti verso quello che sarebbe stato il nostro rifugio per le prossime due notti.
Il taxi correva veloce attraverso le strade polverose, e noi, seduti in silenzio, guardavamo fuori dai finestrini, consapevoli che l’imprevisto ci aveva scombussolato i piani.
Giunti al campeggio, il posto sembrava tranquillo ma poco verde e molto brullo; abbiamo montato la tenda con un po’ di malinconia, ma in fondo, forse, questa piccola avventura non pianificata poteva rivelarsi una tregua inaspettata…un’occasione per fermarci ed assaporare un altro lato di questo viaggio.
Giorno 8: Tintarella tutto il giorno
La mattina seguente, svegliandomi all’alba come di consuetudine, mi mancava il rasserenante suono del mare; il vento ed i problemi legati all’auto mi avevano messo di cattivo umore, rendendo il risveglio un po’ malinconico. Ma proprio mentre mi stavo per lasciar sopraffare da questi pensieri, è comparso un piccolo gattino, portando con sé un po’ di leggerezza e sollevandomi lo spirito con la sua presenza inattesa.
Quella mattina, senza un mezzo a disposizione, l’unica opzione che avevamo era quella di restare a Kárystos e muoverci a piedi e così, ci siamo diretti verso il centro del villaggio, distante circa due chilometri, con l’obiettivo di trovare un forno per la colazione ed il pranzo.
Uscendo dal campeggio, ho subito notato con stupore che il vento era leggero, soffiava dolcemente. Da un lato, mi ha fatto piacere, ma dall’altro, la mancanza dell’auto mi ha lasciato un po’ amareggiata, sapendo che non avremmo potuto esplorare le spiagge che avevo in mente.
Usciti dal forno con il profumo delle leccornie appena sfornate, ci siamo fermati in un delizioso kafeneio poco distante…erano le 8 del mattino, e il locale era già pieno di pappoudes (nonnini) che sorseggiavano il loro caffè greco, alcuni chiacchieravano mentre fanno scorrere le perline del komboloi tra le dita, altri ancora erano immersi in una partita di tavli.
L’atmosfera era così autentica ed accogliente che era impossibile resistere alla tentazione di sedersi e far parte di quella scena così tipica.
Come ben sapete, un vero kafeneio old style ha da offrire solo poche cose, semplici ed autentiche, perciò quando entri in un kafeneio autentico non aspettarti un menù infinito con tutte le invenzioni moderne, qui si sta sul classico: un frappé rinfrescante, una cioccolata calda, il sempre presente caffè ellenico, un tè o al massimo un bicchiere di latte…nessuna traccia di freddo espresso, freddo cappuccino!




Qui si respira un’aria diversa, fatta di tradizione e calma, come se il tempo scorresse più lentamente.
Terminati il frappé e la cioccolata calda, ci siamo incamminati lungo la strada che costeggia la spiaggia di Galida e diretti al beach bar “040” che si trova proprio alla fine di essa. Devi sapere che qui ad Evia il costo di un ombrellone varia: a volte basta una semplice consumazione per garantirti un posto, altre volte si arriva ad un prezzo massimo a 10€.
Allo “040” avevamo due opzioni: i lettini più semplici, in telaio, al costo di 6€, o quelli in legno, con un materasso alto e comodo, a 10€ e, dato che avevamo intenzione di trascorrere l’intera giornata lì, abbiamo optato per il comfort, scegliendo i lettini con il materasso ed essendo i primi ad arrivare, ci siamo posizionati in prima fila, pronti a godere della vista spettacolare e del mare cristallino per il resto della giornata.
Stare tutto il giorno in spiaggia per me è una vera tortura, non riesco a sopportare l’idea di starmene sdraiata sul lettino o restare nella stessa spiaggia per più di un’ora….è più forte di me, mi innervosisco.
Quel giorno mi ha messo davvero alla prova!
Per non impazzire, sono andata più volte in acqua, ho fatto lunghe passeggiate, abbiamo giocato a burraco, ordinato da bere, mangiato…perdonatemi ma davvero non capisco come alcuni riescano a passare una giornata intera così, senza fare nulla!
Finalmente l’arrivo del tramonto, dipingendo il cielo di Kárystos con sfumature infuocate e mentre il sole scivolava via all’orizzonte, ha sancito la fine di questa giornata e noi abbiamo fatto ritorno al campeggio.
Con noi, come previsto, ecco il ritorno del vento! Lo aspettavo, ormai lo monitoravo con attenzione, e sapevo che sarebbe tornato con la sera e che non ci avrebbe lasciato per almeno altri due giorni.
Giorno 9: Antiàs, il villaggio della lingua fischiata
Era giunta l’alba di mercoledì, e questo significava che finalmente saremmo potuti andare a recuperare l’auto dal meccanico verso la tarda mattinata. Noi nel frattempo, abbiamo smontato la tenda, riposto i sacchi a pelo, e li abbiamo messi da parte con cura, poi, come ormai di routine, ci siamo diretti in centro a Kárystos alla ricerca di un nuovo forno per la colazione.
E grazie a Myke abbiamo scoperto il forno di Roula! Sentivi il profumo dei prodotti appena sfornati già da metri di distanza, ed era impossibile resistere; non sapevamo cosa scegliere tra tutto quel ben di Dio fino a quando Roula non ci ha consigliato una torta dolce alla zucca, con pinoli, cannella e uva passa.
Ti dico, se vai a Kárystos durante la stagione della zucca, devi assolutamente provarla! È stata una delizia che ha superato tutte le aspettative.
Dopo la sosta al forno di Roula, non potevamo certo saltare la tappa dal nostro ormai kafeneio di fiducia.
Era ancora presto, e l’auto non era ancora pronta, così abbiamo deciso di approfittare del tempo per visitare il villaggio: Kárystos, con i suoi edifici in stile neoclassico, le belle piazze e le ampie strade, è perfetta per una passeggiata mattutina. Da non perdere la fortezza Veneziana di Bourtzi risalente al XIII secolo, un vero e proprio must per chi visita il luogo.
Terminato il tour nel villaggio di Kárystos, ecco che finalmente è arrivata la chiamata tanto attesa: il meccanico che ci avvisasa che potevamo andare a ritirare l’auto! Tornati in possesso della nostra fidata compagna di viaggio, siamo ripartiti, sfrecciando nuovamente tra le montagne.
Il nostro tempo al sud di Evia stava per scadere, ma non potevo andare via senza prima visitare il vecchio e nascosto villaggio di Antiás; devi sapere che la mia scelta di venire ad Evia è legata a questo luogo unico: il villaggio dove un tempo si parlava la lingua fischiata, chiamata sfyriá. Era una tappa imperdibile, e finalmente stavo per realizzare questo piccolo sogno.
Per raggiungere il villaggio di Antiás abbiamo dovuto attraversare nuovamente la montagna, con il vento del nord che soffiava così forte che un traghetto, visibile in lontananza nelle acque agitate dell’Egeo, sembrava lottare per avanzare, non invidiavo le persone a bordo.
Il paesaggio era brullo, punteggiato da pale eoliche che giravano sopra le nostre teste, ed è stato in quel momento che Myke ha scoperto di avere una nuova fobia: quelle per le pale eoliche, e devo ammettere che la scena era un po’ inquietante anche per me. Dopo un’ora di viaggio, siamo arrivati finalmente ad Antiás. Giunti nel villaggio, ci ha colpito subito il silenzio quasi assordante, come se il tempo si fosse fermato, sembrava un villaggio fantasma. Non c’era anima viva per le strade, nemmeno un gatto, forse perché era ora di pranzo?
Proseguendo, siamo giunti su una piccola terrazza con una splendida vista sulla montagna, e proprio lì in mezzo c’era un edificio con una porticina che somigliava all’entrata di un pantopoleio (negozio di alimentari).
Volevamo curiosare, ma qualcosa ci tratteneva: e se fosse stata una casa privata? Non c’era nessuna insegna e la cosa ci faceva esitare; proprio quando stavamo per rinunciare, una yiayiá è uscita, ci ha guardato e, con un enorme sorriso, ci ha invitati ad entrare.
Appena varcata la soglia, ci siamo trovati davanti a un posto davvero singolare. Sembrava un garage ma con scaffali pieni di salsa di pomodoro, detersivi, tovaglioli, pasta…insomma, tutto quello che troveresti in un negozio di alimentari, ma al centro della stanza c’erano dei tavolini con sedie di legno, e improvvisamente ci rendiamo conto che non era solo un negozio di alimentari, ma era anche un kafeneio!



Yiayiá, dopo averci fatto accomodare, sempre sorridente ci chiedeva cosa volessimo mangiare. Così ha iniziato ad elencarci i piatti che aveva cucinato quel giorno: salsiccia di paese, chorta (verdure selvatiche bollite), skordaliá, insalata di patate e poi formaggio locale ed olive…alla fine abbiamo optato per un piatto di salsiccia, della chorta, formaggio, olive e una birra fresca; un pasto semplice ma delizioso, reso speciale dalla calda ospitalità di quella piccola bottega.
La televisione era accesa e trasmetteva il telegiornale locale…proprio in quegli attimi ho appreso la notizia: una parte del centro di Evia era avvolta dalle fiamme.
Le immagini tramesse erano devastanti, il mio cuore si è fermato per un attimo…da li a poco avremmo dovuto raggiungere Kymi, ma l’unica strada che portava lì era – al momento – chiusa a causa del fuoco.
Mi è sobbalzato subito alla mente il disastro che il fuoco aveva già causato al nord dell’isola qualche anno prima e temevo che anche il centro potesse subire lo stesso destino. Povera gente, poveri vigili del fuoco…ogni anno è sempre peggio, e la natura sembra pagare il prezzo più alto.
Mentre ero immersa nei pensieri più cupi, la tenda si apriva ed entravano due uomini ed un ragazzo accompagnati da un cane, che prendevano posto al tavolo accanto al nostro salutando la yiayiá con grande familiarità.
Era evidente che fossero del posto, amici di lunga data o assidui frequentatori del locale perché senza che loro dicessero una parola, yiayiá portava subito loro due birre ghiacciate, come se fosse un gesto abituale del loro dopo lavoro; sembrava una piccola scena di vita quotidiana che, per un attimo, mi ha distolto dai miei pensieri.
Mentre yiayiá serviva i loro amici, un’altra donna sbucava fuori dalla cucina con i nostri piatti, li posava delicatamente sul tavolo per poi sedersi ad un altro tavolo, imbandito, con yiayiá.
E tutti ci siamo augurati buon appetito, un gesto semplice ma carico di calore. In quel momento, mi son sentita come parte di quella piccola comunità, come se fossi entrata, anche solo per un attimo, nel loro mondo…è stata una scena che mi ha davvero colpita, piena di una genuinità che solo in Grecia puoi trovare.
A fine pasto, spinta da Myke, ho trovato il coraggio per chiedere qualcosa che mi incuriosiva da sempre: se tra le persone presenti qualcuno conoscesse ancora la lingua sfyrià, così ho chiesto a yiayiá. Lei, con un sorriso malinconico, mi rispondeva che ormai quasi nessuno nel villaggio la conosce più, il suo papà, che non c’è più, parlava sfyriá, suo figlio, che ora vive in America, un altro uomo, che si è trasferito a Karystos ed un anziano, che vive ancora nel villaggio, sono tra i pochi rimasti che ancora ricordano questa antica lingua.
Con un velo di tristezza nel cuore, dopo aver pagato il conto e salutato calorosamente la yiayiá e tutti i presenti ci siamo avviati verso l’uscita. Con un ultimo sguardo al villaggio, siamo ripartiti portando con noi il ricordo di un luogo speciale e di una lingua che forse, un giorno, svanirà per sempre e che io non ho avuto la fortuna di poter ascoltare.
Dopo aver condiviso la mia tristezza riguardo la sfortuna di non aver trovato nessuno che parlasse la lingua fischiata nelle stories su Instagram, una ragazza che mi segue e vive a Karystos mi ha subito risposto, indicandomi dove trovare l’uomo che parla ancora quella lingua.
Purtroppo, però, mi ha detto che in quel momento era a lavoro, e non mi sembrava giusto disturbarlo, ed anche se avrei voluto davvero incontrarlo, ho preferito lasciar perdere per rispetto.
Qualche settimana fa, la stessa ragazza è riuscita ad incontrare l’uomo che parla ancora sfyriá e mi ha inviato un video in cui lui ne dà un accenno. Non saprò mai come ringraziarla per questo regalo così speciale!
Giorno 10 – Mai arrendersi
E’ l’alba di un nuovo giorno ed imperterriti abbiamo deciso di fare l’ennesimo tentativo alla ricerca di una spiaggia riparata. Dopo aver consultato la mappa e studiato la direzione del vento, abbiamo notato una spiaggia che sembrava proprio quella giusta!
Così, ci siamo avviati nuovamente lungo la strada tortuosa di montagna, curva dopo curva, fino a quando il navigatore improvvisamente ci ha indiciato di svoltare “tutto a sinistra”: ho imparato, già da qualche anno, che “svoltare tutto a” significa prepararsi ad una strada in cui occorre farsi il segno della croce… e infatti, così è stato!
Dopo la svolta, ci ritroviamo su un percorso sterrato, dissestato, pieno di buche, solchi e chi più ne ha più ne metta. Dovevamo percorrere ben 7 chilometri, e sembrava non finissero mai! Quando mancavano ormai pochi chilometri, la strada diventava sempre più stretta, e alzando lo sguardo, ci siamo ritrovati proprio tra le pale eoliche: fobia di Myke attivata! Ci mancavano solo 500 metri al traguardo, ma quegli ultimi metri decisamente non erano fatti per essere percorsi con un’ auto “normale”. La strada era ancora più disastrata di quella che avevamo già affrontato fino a quel momento, ed a quel punto non ci siamo sentiti proprio di rischiare di fare danni all’auto… l’episodio della candela a 200€ ci era bastato! Così, abbiamo deciso di lasciare l’auto e di proseguire a piedi, affrontando così gli ultimi metri verso la spiaggia.
La spiaggia di Kalamos è una vera gemma nascosta, conosciuta per la sua bellezza naturale e l’atmosfera tranquilla. In spiaggia non c’era nessuno, solo noi e il vento, che non aveva intenzione di concederci un attimo di tregua. Da lontano, la baia sembrava perfettamente riparata, con il mare calmo che ci illudeva di aver finalmente trovato il posto giusto. Una volta scesi verso la riva, lo scenario era solo leggermente diverso: il vento soffiava e le onde si agitavano proprio a riva ma ci siamo concessi comunque un tuffo liberatorio.
La baia è favolosa, isolata e selvaggia, un luogo che sembra destinato a pochi eletti. Kalamos è una spiaggia di sabbia dorata con ciottoli vicino il bagnasciuga, circondata da colline ricoperte di vegetazione mediterranea, che contribuiscono a creare un ambiente sereno e rilassante. Il mare qui è cristallino, con sfumature che variano dal blu intenso al turchese, invitando a lunghe nuotate, un luogo perfetto per chi cerca pace e tranquillità.

Quando del vento ormai non ne potevo più, abbiamo di tornare verso Karystos e poco prima di entrare nel villaggio, abbiamo fatto una sosta in una piccola baia ben riparata, dove finalmente abbiamo trovato un po’ di pace.
Successivamente, ci siamo fermati alla spiaggia di Psilli Ammos, la più affollata della zona. Qui il mare è sempre piatto, grazie alla protezione naturale dai venti ma la spiaggia, nonostante fosse bella, si trova proprio accanto a un ecomostro di hotel, che rovina un po’, per mio gusto personale, l’atmosfera del luogo.
La giornata era giunta quasi al termine e abbiamo così deciso di fermarci per l’ultima notte sul viale alberato che affaccia sulla spiaggia di Galida, appena oltre il Beach bar “040”. Non eravamo soli: un signore con una tenda ed una Vespa era già sistemato lì, e poco più in là c’era un van di targa tedesca. L’atmosfera sembrava tranquilla, perfetta per chiudere la giornata in mezzo alla natura, con il suono del mare che faceva da sottofondo.
Quando il sole era ormai scomparso all’orizzonte, abbiamo iniziato a montare la tenda, approfittando di quel poco vento che, per fortuna, non era abbastanza forte da rovinare la notte. Sistemavamo tutto e mentre ci accingevamo a preparare la cena dal nulla è comparsa una “mandria” di ragazzini, probabilmente tra i 13 e i 15 anni, che si dirigevano verso la fine del viale. Qualcosa non mi quadrava: il loro modo di fare, le urla senza senso… mi hanno subito messo in allerta.
E non mi sbagliavo! All’improvviso, nel buio della notte, vediamo delle fiamme altissime accendersi poco lontano e quei ragazzini che urlavano come dei matti. L’agitazione cresceva, e con essa il timore che la situazione potesse degenerare. Con tutto quello che stava succedendo al centro dell’isola a causa degli incendi, e con il ricordo ancora vivo di ciò che era successo al nord, vedere quei ragazzini giocare col fuoco mi ha fatto gelare il sangue. Stavano diventando un pericolo, non solo per loro stessi, ma anche per noi e per l’area circostante.
Senza pensarci troppo, ho decido di allertare le forze dell’ordine e nel frattempo, abbiamo smontato tutto in fretta, rimesso le nostre cose in auto e poco dopo l’arrivo delle suddette siamo andati via, alla ricerca di un nuovo posto per dormire. Non avevamo molte alternative, così ci siamo diretti verso Livadaki, un’altra baia tranquilla, a pochi chilometri dal villaggio.
Sistemata di nuovo la tenda ed organizzato tutto per la notte, finalmente abbiamo avuto il tempo di cenare, con dakos e myzithra, sotto un cielo stellato e con la Via Lattea che ci faceva da cornice.

Era la prima volta nella mia vita che vedevo la Via Lattea dal vivo, ad occhio nudo. Quel momento era troppo speciale per non essere immortalato. Era quasi mezzanotte quando, all’improvviso, il vento che fino a quel momento sembrava aver risparmiato la baia di Livadaki, ha iniziato a farsi sentire con delle folate improvvise e potenti. Iniziavamo a preoccuparci, ma decidevamo comunque di andare a dormire, sperando che si potesse calmare.
Dopo nemmeno mezz’ora, però, un colpo di vento è stato così forte ci ha spostato, pur essendo noi due nella tenda, facendoci sobbalzare ed a quel punto era chiaro che un’altra nottata in auto sarebbe stato l’epilogo che ci attendeva; dopo aver smontato la tenda velocemente, rassegnati ma ormai abituati a questo copione, ci siamo rifugiati, nuovamente, in auto.
Giorno 11- Αντίο Karystos
Ci siamo svegliati al sorgere del sole dopo un’altra notte passata in auto, non proprio il massimo del comfort, ma ormai quasi una routine. L’aria del mattino era fresca e silenziosa, e per qualche istante abbiamo dimenticato stanchezza e disagi, così abbiamo deciso di dirigerci verso il centro di Karystos per l’ultima colazione: una di quelle che sai già avrà il sapore dei saluti.
Abbiamo salutato Karystos e, con lei, tutto il sud dell’isola di Evia e mentre l’auto risaliva lentamente verso nord, in direzione Kymi, abbiamo iniziato a realizzare che questo tratto di viaggio stava davvero volgendo al termine. Avremmo voluto dedicarci al cuore dell’isola, esplorarne l’entroterra e i suoi villaggi più nascosti, ma le fiamme bruciavano proprio in quella zona. Così, a malincuore, siamo stati costretti ad abbandonare questa parte dell’itinerario ed a guardare avanti, verso la tappa successiva: Skyros.
Ma prima di lasciare definitivamente Eubea, ci siamo concessi ancora qualche sosta lungo la strada. Qualche altra caletta, qualche ultimo tuffo in un mare che sembrava volerci trattenere ancora un po’. Nuotavamo senza fretta, come se volessimo imprimere nella memoria ogni dettaglio, consapevoli che questi ultimi bagni sarebbero stati un addio silenzioso a un’isola che, nonostante tutto, ci ha regalato emozioni forti e notti indimenticabili.
Studiando un po’ la cartina e le foto su Google Maps, abbiamo individuato una spiaggia che ha catturato subito la nostra attenzione: Kalamos (un’altra).
Kalamos è una spiaggia doppia, con due insenature separate da una roccia. La prima, chiamata “Kali” dai locali, ha acque tranquille e un’atmosfera più protetta, perfetta per chi cerca relax. La seconda, “Kakia”, è più selvaggia, con onde più vivaci e un fascino indomito. Noi abbiamo optato per la prima, quella attrezzata: lettini, ombrelloni, un piccolo bar e una taverna dove fermarsi senza doversi preoccupare di nulla. Il costo del lettino è di 10 euro, un vero affare per un mese di agosto affollato. L’acqua è turchese e cristallina, il fondale digrada dolcemente e la giornata scorre tra bagni, sole e qualche pausa all’ombra, con il rumore delle onde che culla i pensieri.
Dopo pranzo, siamo ripartiti seguendo la costa e, dopo nemmeno dieci minuti, dall’alto scorgiamo un’altra baia che ci attira immediatamente: Korasida. La spiaggia è un piccolo gioiello dell’Egeo, con ciottoli bianchi, acque azzurre e fondali marini molto interessanti. Non è attrezzata e, a parte qualche albero alto che offre un po’ d’ombra, il sole è implacabile. Armati di crema solare e ombrellone, eravamo pronti a godere di un luogo più selvaggio e meno affollato, consapevoli che la bellezza di Korasida si paga con qualche piccola difficoltà logistica, soprattutto il parcheggio nelle giornate più frequentate.
Seduti sulle rocce bianche, guardando il mare scintillare, ci siamo resi conto, ancor di più, che questa giornata iniziava a somigliare a un addio lento a Evia: ancora qualche tuffo, qualche respiro di vento marino…
Simao arrivati a Kymi verso l’ora del tramonto. L’aria era tiepida, i colori del cielo che sfumavano tra arancio e rosa, e l’atmosfera incredibilmente rilassante. Abbiamo mangiato una pita al volo, giusto per non restare a digiuno, e poi ci siamo concessi una breve passeggiata sul lungomare, osservando le barche adagiate sul porto e il riflesso del sole tramontante che si tuffava nel mare.
La stanchezza accumulata negli ultimi giorni si faceva sentire: tra spostamenti, bagni improvvisati, tende smontate e chilometri percorsi, eravamo davvero esausti. Così, dopo qualche ultimo respiro di vento marino, siamo rientrati: era tempo di dormire, lasciando che Kymi ci accogliesse nel silenzio della notte e che i sogni ci portassero verso la nuova avventura che ci aspettava a Skyros.
Giorno 12 – Kymi con un’occhio verso Skyros
Dopo una colazione abbondante, ci siamo diretti al porto di Kymi per prendere i biglietti per Skyros, pronti a salpare verso la prossima avventura. Con nostro grande stupore, però, ci veniva comunicato che non avremmo potuto imbarcarci con il traghetto delle 9: non c’era più posto per l’auto. L’unica alternativa era attendere quello del pomeriggio.
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Avevamo ancora molte ore prima della partenza, così abbiamo deciso di approfittarne per esplorare la zona alta di Kymi. Il centro abitato si trova su una collina a circa 200 metri sul livello del mare, un luogo che domina la costa sottostante e offre viste spettacolari sul mare Egeo. Qui vivono la maggior parte degli abitanti, e passeggiando tra le stradine strette si percepisce la vita quotidiana dell’isola, fatta di piccoli negozi, taverne tradizionali e angoli storici che raccontano secoli di storia.
Il quartiere storico, con le sue case bianche e i tetti rossi, è un piccolo labirinto da esplorare a piedi. Ogni angolo sembra conservare un frammento del passato: antiche porte in legno, balconi fioriti e scorci panoramici che si affacciano sul mare scintillante. Passeggiare tra queste stradine regala un senso di calma e ci ha permesso di assaporare l’ultima Evia lontano dalle spiagge e dal trambusto estivo.
Quando l’appetito ha iniziato a farsi sentire, abbiamo deciso di tornare verso la zona costiera. Ci siamo fermati alla taverna “O Psaras”, situata proprio lungo la strada principale, a picco sul mare. La vista qui è splendida: le onde che si infrangono contro gli scogli, il vento leggero che porta con sé il profumo del mare e il sole che illumina tutto con calde sfumature dorate.
Qui non troverete piatti per turisti: dimenticate moussakà e pastitsio. Il menu è prevalentemente a base di pesce fresco, cucinato secondo la tradizione locale. Ci siamo lasciati tentare dalla frittura di calamari, dorata e croccante, e dallo youvetsi di mare, un piatto ricco e saporito che fonde pasta e frutti di mare in un abbraccio perfetto di sapori. Ogni boccone è una gioia per il palato, un piccolo omaggio alla cucina dell’Egeo che non delude mai.
Tra una forchettata e l’altra, guardavamo il mare rendendoci conto che ogni attimo su quest’isola sembra amplificato dal panorama e dal cibo, un ricordo che rimarrà con noi anche dopo essere partiti.
Mancavano ancora tre ore al traghetto delle 18:00, e dopo aver pagato il conto alla taverna, ci siamo diretti verso la zona del porto. Lì, tra il via vai dei camion e delle auto in fila per imbarcarsi, abbiamo cercato un po’ di ristoro e di compagnia per far passare il tempo.
Ci siamo fermati in un piccolo bar: un freddo espresso per ricaricarci ed un mazzo di carte per giocare a burraco, il nostro rituale perfetto per ammazzare l’attesa. Tra risate, qualche scaramuccia sulle regole e l’odore salmastro del mare vicino, il tempo scorreva, fortunatamente, più in fretta di quanto ci saremmo aspettati.
Seduti lì, con la brezza che ci accarezzava e il rumore delle onde in sottofondo, non puoi far altro che renderti conto che anche questi momenti sospesi fanno parte del viaggio: non solo le spiagge e le escursioni, ma anche l’attesa, i gesti quotidiani e i piccoli rituali rendono il viaggio indimenticabile.
Come arrivare a Evia
Per raggiungere Evia dall’Italia, è necessario combinare voli e/o traghetti, poiché l’isola non è servita direttamente con i porti ed aeroporti italiani.
Volo + auto
La maniera più veloce per raggiungere Eubea è quella di volare su Atene dal momento che l’isola non dispone (posso dire “fortunatamente?”) di un aeroporto.
Una volta all’aeroporto E. Venizelos, dopo aver noleggiato un’auto, puoi raggiungere il capoluogo Chalkida in circa un’ora, percorrendo l’autostrada.
Volo + traghetto
Se invece non vuoi noleggiare nessuna auto ad Atene, puoi raggiungere il porto di Rafina e da li prendere il traghetto che fa spola a Marmari (sud di Evia).
Traghetto dall’Italia
Se vuoi raggiungere Evia partendo da un porto italiano, e con il proprio mezzo, allora dovrai salpare per la città di Patrasso e da li percorrere l’autostrada per circa tre ore.
Via terra
Se invece, come noi, vuoi raggiungere l’isola via terra, puoi farlo attraversando i Balcani, passando per Salonicco e Volos fino a raggiungere il porto di Glyfa, e da lì prendere il traghetto di circa 10 minuti fino ad Agiokampos (Nord di Evia).
Dai un’occhiata a questo articolo:
Conclusioni
Evia ci ha regalato un viaggio fatto di imprevisti, vento impetuoso e notti insolite, ma anche di momenti di pura gioia e meraviglia. Tra tende che volavano, baie nascoste, acque turchesi e piccoli borghi collinari, abbiamo scoperto un’altra faccia della Grecia, quella meno conosciuta, più autentica, dove il tempo sembra scorrere più lentamente e dove ogni incontro, ogni panorama, ogni piatto gustato sa di vero.
Nonostante la fatica e le difficoltà logistiche, ogni momento ha avuto il suo valore: le albe sul mare, la Via Lattea sopra di noi, i tuffi in calette segrete, i profumi e i sapori delle taverne locali. Tutto questo ci ha permesso di amare ancora di più quest’isola, di comprenderne le sfumature e di portare con noi ricordi che resteranno indelebili.
Evia non è stata solo una meta: è stata un’esperienza che ci ha insegnato a lasciarci sorprendere, ad adattarci e a gioire delle piccole cose, confermandoci, ancora una volta, quanto la Grecia sia un luogo capace di stupire anche chi la conosce già bene.
Un rapido promemoria:
Ricorda che Il mio viaggio in Grecia è qui per guidarti nella pianificazione del viaggio unico ed autentico in Grecia aiutandoti, così, step by step.
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Una risposta
Resoconto super dettagliato come piace a me! Grazie!!!